C’è un’immagine che rende subito l’idea: quella del sarto. Prendere le misure, osservare la persona, capire esigenze e abitudini, e solo dopo tagliare il tessuto. Oggi la chirurgia vertebrale funziona sempre più così. Non più interventi standardizzati, ma soluzioni costruite attorno al singolo paziente. È la cosiddetta tailored surgery, un approccio personalizzato e sempre più mini-invasivo che sta cambiando il modo di trattare il mal di schiena e le patologie della colonna. Ne parliamo con il dottor Marco Cimatti, neurochirurgo e chirurgo vertebrale al Paideia International Hospital.
Cosa significa “chirurgia vertebrale personalizzata”?
Significa adattare l’intervento al paziente, esattamente come un abito su misura. Oggi non esiste più un’unica soluzione valida per tutti: per la stessa patologia, ad esempio un disco degenerato tra L4 e L5, ci possono essere diversi approcci chirurgici. La scelta dipende da molte variabili: anatomia, sintomi, età, stile di vita, lavoro e aspettative del paziente. L’obiettivo non è solo risolvere un problema “radiologico” o “operare bene” ma migliorare concretamente la qualità della vita e restituire al paziente una vita migliore.
Quindi non esiste più un intervento “standard”?
Esatto. In passato si tendeva a proporre soluzioni simili per problemi simili, ma oggi sappiamo che è un errore. Ogni paziente è diverso: c’è chi vuole tornare a fare sport, chi deve riprendere un lavoro fisico, chi semplicemente desidera vivere senza dolore. La chirurgia deve tener conto di tutto questo, bilanciando sempre rischi e benefici, soprattutto perché parliamo spesso di patologie non mortali ma molto invalidanti.
Di quali patologie stiamo parlando più frequentemente?
Le più comuni sono le ernie del disco, anche recidive, le instabilità vertebrali, le spondilolistesi (cioè lo scivolamento delle vertebre), le stenosi del canale vertebrale e alcune forme di scoliosi dell’adulto. Sono condizioni che possono diventare altamente invalidanti: impediscono di lavorare, muoversi, dormire bene. Colpiscono spesso personemancora in piena attività lavorativa.
Quanto conta la tecnologia in questo approccio “sartoriale”?
È fondamentale. Negli ultimi 5-10 anni abbiamo assistito a un’evoluzione straordinaria: oggi possiamo eseguire interventi complessi con incisioni di pochi centimetri. In molti casi si riesce a stabilizzare la colonna o correggere deformità con accessi mini-invasivi laterali o posteriori, riducendo drasticamente il trauma chirurgico.
Mini-invasivo significa meno efficace?
Assolutamente no. È importante chiarirlo: “mini-invasivo” si riferisce all’approccio,non al risultato. L’obiettivo resta sempre il massimo dell’efficacia. La differenza è che oggi possiamo ottenere lo stesso risultato – o migliore – con meno dolore post-ope ratorio, meno complicanze e tempi di recupero molto più rapidi, con cicatrici chirurgiche più accettabili dal paziente.
Ci può fare un esempio concreto di questa evoluzione?
Fino a vent’anni fa, per alcune patologie lombari si eseguivano interventi con incisioni anche di 15 centimetri, ricoveri lunghi e talvolta trasfusioni. Oggi, per casi simili, si può intervenire con accessi di pochi centimetri: l’intervento dura circa un’ora, il paziente si alza il giorno dopo e in pochi giorni torna a casa. È un cambiamento radicale.
Come si fa a operare “senza vedere” direttamente?
Non si lavora alla cieca, ma con tecnologie avanzate. Utilizziamo imaging intraoperatorio, radiologia interventistica e sistemi di neuromonitoraggio che permettono di “vedere” la colonna in modo preciso senza dover scollare tutta la muscolatura. Questo riduce molto il trauma chirurgico e il dolore post-operatorio.
La chirurgia resta comunque l’ultima spiaggia?
Non necessariamente. Prima si provano sempre terapie conservative: fisioterapia, farmaci, riabilitazione. Ma se queste non funzionano, la chirurgia non va vista come una sconfitta, bensì come un’opportunità di risoluzione. Oggi, grazie alla personalizzazione e alla mini-invasività, può rappresentare una vera rinascita per il paziente.
Qual è l’errore più comune che fanno i pazienti?
Aspettare troppo. È comprensibile avere paura, soprattutto quando si parla di colonna vertebrale. Ma rimandare a lungo può peggiorare la situazione: si sviluppano compensi posturali, perdita di forza, limitazioni funzionali che poi richiedono più tempo per essere recuperate anche dopo l’intervento.
Che ruolo hanno gli esami diagnostici in questo percorso?
Sono essenziali per costruire l’intervento su misura. Parliamo di risonanza magnetica ad alto campo, radiografie sotto carico della colonna completa, e in alcuni casi elettro-miografia. Tutti questi strumenti ci aiutano a capire esattamente dove intervenire e come farlo nel modo più efficace e sicuro.
Il percorso del paziente finisce con l’intervento?
No, è un percorso completo. Il paziente viene seguito prima, durante e dopo l’intervento. In alcuni casi è necessaria anche fisioterapia post-operatoria, soprattutto se il problema è stato trascurato a lungo. Il recupero dipende molto dalle condizioni in cui si arriva all’intervento: per questo è importante non rimandare troppo.


