C’è un momento preciso in cui un genitore inizia a chiedersi se il proprio bambino senta davvero bene.
Non è un allarme improvviso, ma un dettaglio che si ripete: il piccolo non si gira quando viene chiamato, alza il volume della televisione, sembra “distratto”. Spesso si archivia tutto come una fase. Eppure, dietro quei segnali apparentemente innocui, può nascondersi un problema uditivo che, se intercettato tardi, rischia di influenzare lo sviluppo del linguaggio e della relazione con il mondo. L’audiologia pediatrica nasce proprio per questo: capire, il prima possibile, se un bambino ascolta come dovrebbe. È da qui che parte il lavoro del dottor Piero Moriconi, otorinolaringoiatra al Paideia International Hospital, che da anni si occupa di diagnosi uditiva in età pediatrica. Un ambito in cui nulla può essere lasciato al caso e in cui l’esame audiometrico, così semplice nell’adulto, diventa una sfida che richiede metodo, esperienza e un linguaggio su misura per i più piccoli.
Dottor Moriconi, che cos’è l’audiologia e perché nei bambini è diversa rispetto agli adulti?
L’audiologia è la disciplina che studia l’udito e le sue patologie. Nell’adulto l’esame audiometrico è un esame soggettivo: il paziente collabora, riconosce il suono, risponde consapevolmente. Nel bambino piccolo questo non è quasi mai possibile. Sotto i quattro o cinque anni, mediamente, serve un sistema completamente diverso.
Come si valuta quindi l’udito di un bambino?
Si parte sempre dall’ispezione dell’orecchio, come nell’adulto. Utilizziamo spesso l’otomicroscopio, che consente di osservare con grande precisione il condotto uditivo, il timpano e verificare la presenza di tappi, secrezioni o infiammazioni. Già osservando il timpano possiamo capire molto sullo stato dell’orecchio medio.
Può spiegarci in modo semplice come funziona l’udito?
L’orecchio esterno convoglia il suono come un imbuto. L’onda sonora colpisce il timpano, che vibra come la pelle di un tamburo. Queste vibrazioni vengono trasmesse da tre piccoli ossicini all’orecchio interno, la coclea, una struttura a forma di chiocciola che contiene circa 20.000 cellule nervose per orecchio. Qui avviene il passaggio straordinario: l’onda sonora, fisica, viene trasformata in impulso elettrico e inviata al cervello attraverso il nervo acustico, dove il suono viene riconosciuto ed elaborato.
Dopo l’osservazione diretta, quali esami vengono eseguiti?
Uno dei primi è l’esame impedenzometrico, che valuta l’elasticità del timpano e ci dà informazioni su ciò che accade nella cassa timpanica. Nei bambini è frequente trovare catarro nell’orecchio medio, che può causare una riduzione dell’udito. Poi eseguiamo le otoemissioni acustiche, un esame semplice e rapido che ci dice se le cellule dell’orecchio interno funzionano correttamente. È lo screening che si fa alla nascita, ma spesso va ripetuto.
A questo punto entra in gioco l’esame audiometrico?
Sì, ma non quello classico. Nel bambino utilizziamo la cosiddetta Play Audiometry, un’audiometria comportamentale basata sul gioco. Il bambino guarda un cartone animato che si interrompe e riparte solo se preme un grande pulsante dopo aver sentito un suono. In questo modo lo “condizioniamo” a rispondere allo stimolo sonoro. Abbassando progressivamente l’intensità dei suoni, possiamo stabilire la soglia uditiva. È un metodo estremamente affidabile: quando questi bambini, a cinque o sei anni, eseguono l’esame tradizionale, i risultati coincidono nel 95 per cento dei casi.
E se il bambino è troppo piccolo o non collaborante?
Ci sono situazioni in cui l’audiometria comportamentale non è praticabile: bambini molto piccoli, intorno all’anno o all’anno e mezzo, op-pure bambini con disturbi comportamentali o dello spettro autistico, nei quali non è possibile instaurare quel meccanismo di “gioco risposta” necessario alla Play Audiometry. In questi casi abbiamo ancora un asso nella manica: l’esame dei potenziali evocati uditivi, noto come ABR.
Si tratta di un esame che permette di verificare se il segnale sonoro, una volta entrato nell’orecchio, percorre correttamente tutte le sue stazioni fino ad arrivare al cervello. L’ABR funziona in modo simile a un elettroencefalogramma. Vengono applicati tre piccoli elettrodi adesivi: due dietro le orecchie, sull’osso mastoideo, e uno sulla fronte. Attraverso una cuffia o un piccolo trasduttore viene inviato uno stimolo sonoro all’orecchio. Il computer registra e analizza, con un’elaborazione sofisticata, la risposta elettrica delle vie acustiche e del tronco encefalico, permettendoci di capire se il segnale passa o se si interrompe lungo il suo percorso.
È un esame completamente oggettivo, non richiede alcuna collaborazione attiva da parte del bambino e consente di valutare in modo affidabile l’integrità delle vie acustiche centrali. Grazie a questo strumento oggi siamo in grado di completare la valutazione dell’udito anche nei casi più complessi, senza dover aspettare che il bambino cresca, e questo fa una differenza enorme in termini di diagnosi precoce e possibilità di intervento.
Quando dovrebbe scattare il sospetto nei genitori?
Il sospetto nasce quasi sempre a casa. Un bambino che non reagisce ai rumori improvvisi, non si gira quando viene chiamato, chiede spesso di ripetere o alza il volume della televisione sta comunicando qualcosa. Io dico sempre che il bambino non mente mai: se sembra non sentire, molto probabilmente non sente davvero.
Un esame dell’udito va ripetuto nel tempo?
Se l’apparato uditivo è integro e il suono arriva correttamente alle aree cerebrali, l’esame non va ripetuto. Possono esserci episodi transitori, come i catarri timpanici, che vanno controllati, ma si tratta nella maggior parte dei casi di situazioni benigne se affrontate tempestivamente.
Quanto è cambiato oggi l’approccio alla sordità infantile?
È cambiato radicalmente. Un tempo si interveniva tardi, spesso con protesi poco efficaci. Oggi, grazie alla diagnosi precoce, nei casi di sordità profonda possiamo ricorrere all’impianto cocleare già intorno all’anno di età. Il suono viene inviato direttamente al nervo acustico, permettendo al bambino di ascoltare e acquisire il linguaggio. Prima si interviene, migliore sarà la qualità di vita futura.
Qual è il consiglio che si sente di dare ai genitori che hanno anche solo il sospetto che il loro bambino non senta bene?
Il consiglio è uno solo: non aspettare. Anche un dubbio va ascoltato e approfondito. Agire tempestivamente significa prevenire conseguenze importanti sullo sviluppo del linguaggio e delle capacità relazionali. È fondamentale rivolgersi a centri specializzati e a professionisti che abbiano esperienza specifica nella valutazione dell’udito nei bambini, perché non si tratta di una semplice riduzione dell’esame dell’adulto. Servono competenze, strumenti adeguati e personale dedicato, come avviene al Paideia International Hospital, dove l’esame viene costruito su misura per il bambino per ottenere una diagnosi accurata e affidabile fin dai primi anni di vita.
GLI ESAMI PER VALUTARE L’UDITO: QUALI SONO E A COSA SERVONO
La valutazione dell’udito non si basa su un solo test, ma su una batteria di esami che analizzano tutte le parti dell’orecchio, dall’esterno fino al cervello. La scelta dipende dall’età del paziente e dal sospetto clinico.
Ispezione otoscopica e otomicroscopia
È il primo passo. Permette di osservare il padiglione auricolare, il canale uditivo e il timpano, verificando la presenza di tappi di cerume, secrezioni, infiammazioni o catarro nell’orecchio medio.
Esame impedenzometrico (o timpanometria)
Valuta l’elasticità del timpano e lo stato dell’orecchio medio. È fondamentale nei bambini per individuare la presenza di catarro timpanico, una delle cause più frequenti di ipoacusia transitoria. È un esame oggettivo, non richiede collaborazione.
Otoemissioni acustiche (OAE)
Test rapido e indolore che verifica il corretto funzionamento delle cellule dell’orecchio interno. È lo screening uditivo neonatale obbligatorio, ma può essere ripetuto in seguito. Indica se l’apparato “elettrico” dell’udito funziona.
Audiometria tonale
È l’esame classico dell’adulto. Il paziente, in cabina silente, ascolta suoni di diversa intensità e frequenza e segnala quando li percepisce. È un esame soggettivo, basato sulla collaborazione.
Play Audiometry (audiometria comportamentale)
Usata nei bambini sotto i 5 anni. Attraverso il gioco, il bambino viene “condizionato” a rispondere a uno stimolo sonoro. Consente di stabilire la soglia uditiva in modo affidabile, purché eseguita da personale esperto.
Potenziali evocati uditivi (ABR)
Esame completamente oggettivo, indicato nei bambini molto piccoli o non collaboranti. Tramite elettrodi applicati sulla testa, valuta se il segnale sonoro arriva correttamente alle vie acustiche centrali e al cervello.
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