Intervista a Fabiana De Angelis, Amministratore Delegato di Paideia International Hospital e Mater Dei General Hospital
«Per me Mater Dei e Paideia non sono solo strutture sanitarie: sono realtà che parlano di storia, di persone, di comunità. Oggi la sfida è accompagnarle verso il futuro, innovando senza mai perdere la loro identità più profonda.» Così esordisce Fabiana De Angelis, Amministratore Delegato delle due strutture sanitarie private romane, raccontando la sua visione in un contesto socio-sanitario in rapida evoluzione.
Se dovesse raccontare l’identità di Mater Dei General Hospital e Paideia International Hospital e il loro rapporto con una città complicata come Roma?
E’ un rapporto ottimo e di lunga data. Mater Dei ha un legame storico con il quartiere: è un luogo di affezione, un punto di riferimento per intere famiglie che da generazioni scelgono questa clinica per la loro salute. Oggi stiamo investendo in un importante rilancio tecnologico per rinnovare la diagnostica e dotare Mater Dei di apparecchiature all’avanguardia, tra cui un macchinario eccezionale – il primo a Roma e nel Lazio – che segnerà un salto di qualità per l’intera offerta sanitaria del territorio. Al Paideia, invece, lo sguardo è già proiettato su una dimensione nazionale e internazionale dove l’innovazione è un tratto distintivo, ma sempre accompagnata da un’attenzione umana che resta la cifra della nostra identità. È una sintesi che ci rende unici: tecnologia e accoglienza, innovazione e ascolto. E’ evidente che dire che Mater Dei è tradizione e Paideia è innovazione è una sintesi che non rende giustizia alla complessità di entrambe: in Mater Dei oggi convivono la tradizione e la più innovativa diagnostica, allo stesso modo, Paideia non è solo avanguardia tecnologica, ma anche un luogo di grande accoglienza. Mater Dei, inoltre, ha un legame particolare con la città anche grazie al suo storico reparto di maternità e ostetricia: sono tanti i bambini che sono nati qui, un legame profondo che si rinnova di generazione in generazione.
Lo stretto legame, che si potrebbe definire affettivo, con il Territorio si vede anche nelle tante iniziative benefiche che mettete in atto.
Con mio fratello Roberto, Presidente e Amministratore delegato e con tutto il Consiglio di Amministrazione, crediamo sia un dovere etico, oltre che un impegno aziendale, restituire alla comunità una parte di quello che riceviamo. Infine, crediamo sia doveroso – per quanto possibile – essere presenti e attivi anche nel supporto a iniziative benefiche legate alla salute e alla cura. Restituire qualcosa alla comunità è parte integrante del nostro impegno come struttura sanitaria e come persone. Per noi significa non solo curare, ma anche prenderci cura della comunità in cui operiamo, promuovendo progetti e attività che possano avere un impatto positivo sulla salute collettiva. In questo senso la promozione della prevenzione rappresenta, per noi, una leva imprescindibile. Riteniamo che investire sulla prevenzione significhi contribuire ad un sistema sanitario più equo, sostenibile e orientato sulla persona.
Innovazione e Umanità sono termini ricorrenti, il cuore del modello Paideia e Mater Dei. Cosa significa umanizzare le cure?
Umanizzare le cure significa prima di tutto mettere le persone al centro. Non solo i pazienti, ma anche il personale che ogni giorno è accanto a loro. Ho sempre pensato che gli infermieri, i tecnici, i medici rappresentino il vero cuore pulsante delle nostre strutture. La continuità, il fatto di trovare volti familiari e professionisti attenti, crea un legame che i pazienti percepiscono e apprezzano. Quando ho accettato questo ruolo, uno degli aspetti che più mi ha motivato è stato proprio il desiderio di valorizzare la centralità delle risorse umane. Sento fortemente la responsabilità verso il nostro personale, perché sono loro a fare la differenza. E credo che questa frase riassuma perfettamente la nostra filosofia: “Persone al servizio di persone”. È questo il valore che spesso i pazienti ci restituiscono come la qualità che più apprezzano delle nostre cliniche. Ci tengo a sottolineare che il nostro concetto di Umanizzazione delle cure non si ferma al personale sanitario ma coinvolge tutto il personale che interagisce con il paziente e la sua famiglia. Quindi, anche il personale amministrativo che spesso è meno visibile ma non meno importante, in quanto gioca un ruolo fondamentale nel garantire un’organizzazione efficiente e un’accoglienza di qualità. Ogni persona, in ogni ruolo, contribuisce concretamente all’esperienza di cura.
E come si riesce a mettere la tecnologia al servizio delle persone sia pazienti che personale?
Il segreto sta nell’integrarla con intelligenza e sensibilità: la tecnologia è uno strumento prezioso non solo per diagnosi sempre più precoci e interventi mirati, ma anche per la prevenzione, un aspetto che ci sta particolarmente a cuore. Investire nella prevenzione significa prendersi cura delle persone prima ancora che si ammalino, ed è qui che l’innovazione incontra la responsabilità e la visione del futuro. Ogni investimento tecnologico che facciamo non è fine a se stesso, ma pensato per migliorare l’esperienza del paziente e il lavoro degli operatori. Dietro ogni macchinario all’avanguardia c’è sempre l’attenzione e la competenza di chi lo utilizza. Per questo puntiamo anche molto sulla formazione continua, non solo tecnica ma anche relazionale, affinché il nostro personale sia preparato ad affrontare le sfide sanitarie con empatia e competenza. Uno dei miei obiettivi è che le nostre strutture diventino anche un punto di riferimento nella formazione di figure sociosanitarie e assistenziali.
Da sempre, si sa, la cura è “donna”. Qual è il valore aggiunto della sua leadership ‘al femminile’?
Credo che il contributo femminile nel nostro settore sia prezioso. Non parlo di competenze, che ovviamente prescindono dal genere, ma di un modo di porsi e di una sensibilità che spesso arricchiscono l’ambiente sanitario. Le donne portano un’attenzione al dettaglio e un’accoglienza particolare che, nel mondo della cura, possono fare la differenza. In Paideia e Mater Dei abbiamo sempre valorizzato il lavoro femminile, e oggi molte delle nostre figure apicali sono donne.
Questo nuovo ruolo come le ha cambiato la vita?
È stato un passaggio che ha trasformato, vorrei dire rivoluzionato, la mia vita. Non è stato un percorso graduale, ma una decisione presa in un momento preciso della mia storia personale. Fino ad allora mi ero dedicata completamente alla mia famiglia e ai miei figli, vivendo tra l’Italia e l’estero. Questa nuova avventura mi ha portato a scoprire in me capacità che non sapevo di avere, e a dare un contributo concreto a una realtà che sento anche mia. Sento forte la responsabilità verso i pazienti e verso il personale, e questo mi spinge a dare il massimo ogni giorno.
Come trova l’equilibrio tra lavoro e vita personale, un compito sempre difficile per una donna.
Non è facile, ma credo che ogni tanto sia fondamentale prendersi degli spazi per se stessi. La mattina presto mi alleno, è un momento che dedico al mio benessere fisico e mentale. Quando posso, cerco di ritagliarmi mezza giornata o un weekend per scappare in montagna, fare lunghe passeggiate e ricaricarmi. La famiglia resta centrale per me: i miei figli e da poco anche una nipotina che adoro.
Qual è la filosofia che guida il suo lavoro?
Per raccontarla chiedo aiuto alla musica che ha sempre fatto parte della mia vita e di quella di mio fratello Roberto, Presidente e Amministratore Delegato. Entrambi suoniamo il pianoforte: lui si accosta alla tastiera con precisione, rigore e tecnica impeccabile; io invece “a orecchio”, lasciandomi guidare dall’intuito e dalle emozioni. Due approcci diversi, ma profondamente complementari, proprio come i nostri stili di leadership: il suo più strutturato e determinato, il mio più creativo, intuitivo e spontaneo. Eppure, al centro c’è sempre lo stesso spartito: fare la differenza, con passione e dedizione. Perché quando si parla di Salute, ogni nota conta.





